Iniziative‎ > ‎Salotto Poetico‎ > ‎

2012 #02 - Giuseppe Ungaretti

L'appuntamento è per venerdì 19 ottobre alle ore 19:30 in Libreria.


Giuseppe Ungaretti
Giuseppe Ungaretti nacque nel 1888 ad Alessandria d'Egitto da genitori lucchesi; nel 1912 si trasferì a Parigi per studiare alla Sorbona.
Ungaretti visse nella capitale francese molti anni, e vi maturò le sue prime esperienze letterarie entrando in contatto con l'ambiente simbolista e frequentando esponenti di spicco della classe intellettuale europea, tra i quali Apollinarre, De Chirico, Modigliani, Picasso, Braque. 
Nel 1914 Ungaretti partecipò come volontario alla Prima Guerra Mondiale, combattendo da soldato semplice in Francia e sul Carso. Nel 1915 pubblicò le prime poesie sul giornale "Lacerba" e nel 1916 vide le stampe la sua prima raccolta di liriche, Il porto sepolto, alla quale seguirà Allegria di naufragi nel 1919.
Giuseppe Ungaretti fu attivo collaboratore di alcune riviste letterarie, e fu inviato speciale di quotidiani tra cui "Il Popolo d'Italia" e "La Gazzetta del Popolo" di Torino. Al termine della guerra ritornò alcuni anni a Parigi, e lavorò per l'ambasciata italiana. Nel 1936 fu nominato docente di Letteratura italiana all'Università di San Paolo in Brasile, e in seguito fu docente di Letteratura italiana contemporanea all'Università di Roma.




SOLDATI
Bosco di Courton luglio 1918

Si sta come
d’autunno 
sugli alberi
le foglie





O NOTTE
1919

Dall’ampia ansia dell’alba
Svelata alberatura.

Dolorosi risvegli.

Foglie, sorelle foglie,
Vi ascolto nel lamento.

Autunni,
Moribonde dolcezze.

O gioventù,
Passata è appena l’ora del distacco.

Cieli alti della gioventù,
Libero slancio.

E già sono deserto.

Perso in questa curva malinconia.

Ma la notte sperde le lontananze.

Oceanici silenzi,
Astrali nidi d’illusione,

O notte.





NON GRIDATE PIÙ

Cessate d’uccidere i morti,
Non gridate più, non gridate
Se li volete ancora udire,
Se sperate di non perire.

Hanno l’impercettibile sussurro,
Non fanno più rumore
Del crescere dell’erba,
Lieta dove non passa l’uomo.





APOCALISSI
Roma, 3 gennaio – 23 giugno 1961

1
Da una finestra trapelando, luce
Il fastigio dell’albero segnala
Privo di foglie.

2
Se unico subitaneo l’urlo squarcia 
L’alba, riapparso il nostro specchio solito,
Sarà, perché del vivere trascorse 
Un’altra notte all’uomo
Che d’ignorarlo supplica
Mentre l’addenta di saperlo l’ansia ?

3
Di continuo ti muovono pensieri,
Palpito, cui, struggendoli, dai moto.

4
La verità, per crescita di buio
Più a volarle vicino s’alza l’uomo,
Si va facendo la frattura fonda.
CANZONE
descrive lo stato d’animo del poeta

Nude, le braccia di segreti sazie,
A nuoto hanno del Lete svolto il fondo,
Adagio sciolto le veementi grazie
E le stanchezze onde luce fu il mondo.

Nulla è muto più della strana strada
Dove foglia non nasce o cade o sverna,
Dove nessuna cosa pena o aggrada,
Dove la veglia mai, mai il sonno alterna.

Tutto si sporse poi, entro trasparenze,
Nell’ora credula, quando, la quiete
Stanca, da dissepolte arborescenze
Riestesasi misura delle mete,
Estenuandosi in iridi echi, amore
Dall’aereo greto trasalì sorpreso
Roseo facendo il buio e, in quel colore,
Più d’ogni vita un arco, il sonno, teso.

Preda dell’impalpalbile propagine
Di muri, eterni dei minuti eredi,
Sempre ci esclude più, la prima immagine
Ma, a lampi, rompe il gelo e riconquide.

Più sfugga vera, l’ossessiva mira,
E sia bella, più tocca a nudo calma
E, germe, appena schietta idea, d’ira,
Rifreme, avversa al nulla, in breve salma.

Rivi indovina, suscita la palma:
Dita dedale svela, se sospira.
Prepari gli attimi con cruda lama,
Devasti, carceri, con vaga lama,
Desoli gli animi con sorda lama,
Non distrarrò da lei mai l’occhio fisso
Sebbene, orribile da spoglio abisso, 
Non si conosca forma che da fama.

E se, tuttora fuoco d’avventura,
Tornati gli attimi da angoscia a brama,
D’Itaca varco le fuggenti mura, 
So, ultima metamorfosi all’aurora,
Oramai so che il filo della trama
Umana, pare rompersi in quell’ora.

Nulla più nuovo parve della strada
Dove lo spazio mai non si degrada
Per la luce o per tenebra, o altro tempo.



L’IMPIETRITO E IL VELLUTO
Roma, notte del 31 dicembre 1969 –
mattina del 1° gennaio 1970

Ho scoperto le barche che molleggiano
Sole, e le osservo non so dove, solo.

Non accadrà le accosti anima viva.

Impalpabile dito di macigno
Ne mostra di nascosto al sorteggiato
Gli scabri messi emersi dall’abisso
Che recano, dondolo del vuoto,
Verso l’alambiccare
Del vecchissimo ossesso
La eco di strazio dello spento flutto
Durato appena un attimo
Sparito con le sue sinistre barche.

Mentre si avvicendavano
L’uno sull’altro addosso
I branchi annichiliti
Dei cavalloni del nitrire ignari,

Il velluto croato
Dello sguardo di Dunja,
Che sa come arretrarla di millenni,
Come assentarla, pietra
Dopo l’aggirarsi solito 
Da uno smarrirsi all’altro,
Zingara in tenda di Asie,

Il velluto dello sguardo di Dunja
Fulmineo torna presente pietà.