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2012 #01 - Eugenio Montale

L'appuntamento è per venerdì 21 settembre 2012 alle ore 19:30 in Libreria.

L'Autore

Eugenio Montale
, nato a Genova nel 1896, è stato poeta e giornalista, e ha vinto il premio Nobel per la letteratura nel 1975.
Montale prese subito le distanze dal fascismo al momento della sua affermazione, sottoscrisse nel 1925 il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce, e si ritirò nella reclusione della provincia ligure, che gli ispirava una visione profondamente negativa della vita. Nel 1925 pubblicò la raccolta Ossi di seppia.
In seguito si trasferì a Firenze, dove prese a collaborare con la rivista "Solaria", a frequentare i ritrovi letterari del caffè Le Giubbe Rosse, conoscendovi Carlo Emilio Gadda ed Elio Vittorini, e scrisse per quasi tutte le nuove riviste letterarie che nacquero in quegli anni di ricerca poetica.
Montale visse il resto della sua vita a Milano, dove diventò collaboratore del "Corriere della sera" e critico musicale al "Corriere d'informazione"; redasse inoltre reportage culturali da vari Paesi. Le ultime raccolte di versi, Xenia ('66, dedicata alla moglie Drusilla Tanzi, morta nel 1963), Satura ('71) e Diario del '71 e del '72 ('73), testimoniano in modo definitivo il distacco del poeta dalla vita. Eugenio Montale è morto a Milano il 12 settembre 1981.



Le poesie: 

Vi proponiamo tre liriche di tre epoche diverse della vita di Eugenio Montale, una poesia giovanile da Ossi di seppia, "Fine dell'infanzia", una poesia da Satura, "Nel fumo", e infine un'opera dell'ultimo Montale: "Sul lago d'Orta".
SCARICA LE POESIE <QUI>

Fine dell'infanzia

Rombando s’ingolfava 
dentro l’arcuata ripa 
un mare pulsante, sbarrato da solchi, 
cresputo e fioccoso di spume. 
Di contro alla foce 
d’un torrente che straboccava 
il flutto ingialliva. 
Giravano al largo i grovigli dell’alighe
e tronchi d’alberi alla deriva. 

Nella conca ospitale 
della spiaggia 
non erano che poche case 
di annosi mattoni, scarlatte, 
e scarse capellature  
di tamerici pallide  
più d’ora in ora; stente creature 
perdute in un orrore di visioni. 
Non era lieve guardarle  
per chi leggeva  
in quelle apparenze malfide 
la musica dell’anima inquieta  
che non si decide.  

Pure colline chiudevano d’intorno 
marina e case; ulivi le vestivano 
qua e là disseminati come greggi, 
o tenui come il fumo di un casale 
che veleggi 
la faccia cadente del cielo. 
Tra macchie di vigneti e di pinete 
petraie si scorgevano 
calve e gibbosi dorsi 
di collinette: un uomo  
che là passasse ritto su un muletto 
nell’azzurro lavato era stampato 
per sempre -  e nel ricordo. 

Poco s’andava oltre i crinali prossimi 
di quei monti; varcarli pur non osa 
la memoria stancata. 
So che strade correvano su fossi 
incassati, tra garbugli di spini, 
mettevano a radure, poi tra botri, 
e ancora dilungavano 
verso recessi madidi di muffe, 
d’ombre coperti e di silenzi. 
Uno ne penso ancora con meraviglia 
dove ogni umano impulso 
appare seppellito 
in aura millenaria. 
Rara diroccia qualche bava d’aria 
sino a quell’orlo di mondo che ne strabilia. 

Ma dalle vie del monte si tornava. 
Riuscivano queste a un’instabile 
vicenda d’ignoti aspetti 
ma il ritmo che li governa ci sfuggiva. 
Ogni attimo bruciava 
negl’istanti futuri senza tracce. 
Vivere era ventura troppo nuova 
ora per ora, e ne batteva il cuore. 
Norma non v’era,
solco fisso, confronto, 
a sceverare gioia da tristezza. 
Ma riaddotti dai viottoli  
alla casa sul mare,  al chiuso asilo 
della nostra stupita fanciullezza, 
rapido rispondeva 
a ogni moto dell’anima un consenso 
esterno, si vestivano di nomi 
le cose, il nostro mondo aveva un centro.

Eravamo nell’età verginale 
in cui le nubi non sono cifre o sigle 
ma le belle sorelle che si guardano viaggiare. 
D’altra semenza uscita  
d’altra linfa nutrita 
che non la nostra, debole, pareva la natura. 
In lei l’asilo, in lei 
l’estatico affisare; ella il portento 
cui non sognava, o a pena, di raggiungere  
l’anima nostra confusa. 
Eravamo nell’età illusa. 

Volarono anni corti come giorni,  
sommerse ogni certezza un mare florido 
e vorace che dava ormai l’aspetto  
dubbioso dei tremanti tamarischi. 
Un’alba dové sorgere che un rigo 
di luce sulla soglia 
forbita, ci annunziava come un’acqua; 
e noi certo corremmo  
ad aprire la porta 
stridula sulla ghiaia del giardino. 
L’inganno ci fu palese. 
Pesanti nubi sul torbato mare  
che ci bolliva in faccia, tosto apparvero. 
Era in aria l’attesa 
di un procelloso evento. 
Strania anch’essa la plaga  
dell’infanzia che esplora 
un segnato cortile come un mondo! 
Giungeva anche per noi l’ora che indaga. 
La fanciullezza era morta in un giro a tondo. 

Ah il giuoco dei cannibali nel canneto, 
i mustacchi di palma, la raccolta 
deliziosa dei bossoli sparati! 
Volava la bella età come i barchetti sul filo 
del mare a vele colme. 
Certo guardammo muti nell’attesa 
del minuto violento; 
poi nella finta calma 
sopra l’acque scavate 
dové mettersi un vento. 



Nel fumo

Quante volte t’ho atteso alla stazione 
nel freddo, nella nebbia. Passeggiavo 
tossicchiando, comprando giornali innominabili, 
fumando Giuba poi soppresse dal ministro 
dei tabacchi, il balordo!
Forse un treno sbagliato, un doppione oppure una 
sottrazione. Scrutavo le carriole 
dei facchini se mai ci fosse dentro 
il tuo bagaglio, e tu dietro, in ritardo.
Poi apparivi, ultima. E’ un ricordo 
tra tanti altri. Nel sogno mi perseguita.



Sul Lago d'Orta

Le Muse stanno appollaiate 
sulla balaustrata
appena un filo di brezza sull’acqua 
c’è qualche albero illustre
la magnolia il cipresso l’ippocastano
la vecchia villa è scortecciata
da un vetro rotto vedo sofà ammuffiti
e un tavolo da ping-pong. Qui non viene nessuno 
da molti anni. Un guardiano era previsto
ma si sa come vanno le previsioni.
È strana l’angoscia che si prova
in questa deserta proda sabbiosa erbosa 
dove i salici piangono davvero 
e ristagna indeciso tra vita e morte
un intermezzo senza pubblico. È
un’angoscia limbale sempre incerta 
tra la catastrofe e l’apoteosi
di una rigogliosa decrepitudine.
Se il bandolo del puzzle più tormentoso
fosse più che un’ubbia
sarebbe strano trovarlo dove neppure un’anguilla 
tenta di sopravvivere. Molti anni fa c’era qui 
una famiglia inglese. Purtroppo manca il custode 
ma forse quegli angeli (angli) non erano così pazzi
da essere custoditi.